Giovanni Galli, Savigliano CN
1° Premio assoluto
Dal mare si torna sventolando una mano e la voce.
Sulle labbra, i morsi del sale m’accrespano il sangue
e le nenie, sul fondo, d’una donna che ormai ha scordato l’amore.
A certi vecchi piace essere padroni
e rimestare, col bastone degli anni, il giorno dei figli.
Il giorno s’accascia, sfibrato, tra spuma e conchiglie
e l’onda, ripresa dal gorgo, lo perde lontano.
Anche mio figlio, bruciato dal sole, si perde
fra tele bianche di sogno e, senza parlare,
intreccia canti di grilli e di rane.
La luna, piena, tra i rami s’impiglia
e non scende allo stagno, se non per tremule scaglie.
Ogni scaglia un’ila, dalle verdi vesciche, ci salta
a cercare la notte e l’amore.
Noi, appoggiati al muro, ci s’imbianca di luna
e si aspetta, dolce indugio, il tonfo dell’acqua e del cuore.
Dal mare si torna balzando i gradini d’un bigio vagone
che inganna, stridendo, il foglio del tempo.
Il tempo non concede che un bacio, o un sussurro,
e vien da piangere sul volto aperto dell’unica donna
che, ieri notte, nuda s’è offerta all’umido ventre.
Al caffè si giocano, a carte, il braccio di mare
e lo scoglio dove il cefalo, argentee squame,
abbocca gonfio d’acciughe e di fango.
Dopo il fischio, Spotorno è un grumo di scisti, di lumi,
di reti, di sabbia e di vento.
Un nome, sul foglio del tempo, ove i treni rifiatan di rado
ma è bello vederli passare ebbri di luce e di gente
che torna dal mare ove attende una donna.
La timida lucciola, agli scambi, manovra lanterne
e ricordi di biondi fanali ove nacque l’attesa e l’amore.
Nella buia corrente la cubomedusa, dal quadro mantello,
incendia i ragazzi che s’amano in mare.
Dal mare, talvolta, si torna avviliti ed è giusto si pianga.
Un giorno, nell’umida ombra dell’orto,
ai fanciulli diranno che sono vecchie ferite di falce o di vanga.
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COME IL TUO IL MIO PASSO VACILLA (a F.)
Giovanni BOTTARO ..un altro ha una malattia che spezza l’animo. Non v’è Mimnermo, frammento 2
Secondo classificato
un uomo al quale Zeus non infligga molti mali.
Il termine che ti condanna – E p i t e l i o m a –
impasta la lingua. “Non esistono cure.”
- La chemio? – “Un palliativo!” Parola d’oncologo.
Indifferente il sole balugina:
presagio un’ombra alla vigna
fra tralci avviticchiati alle canne.
Fanciullo vestivi calzoni sdruciti
- eredità d’un fratello –
Zampettavi – già scalzo – al tepore di marzo.
E mi rammenti - insofferente –
di spighe l’aia ingombra
del pagliaio lo stollo
l’ingordigia della trebbia
dell’aria polverosa della nebbia
i rebbi
della seta ammansita dal pozzo bevendo.
Ora che il grano imbiondisce
la tua terra sfama gramigne.
Assenza – la tua – scolpiti sui vetri della stalla
opachi per i tranelli dei ragni.
Alla catena il cane guaisce
grato agli avanzi del tuo pasto.
Non sa dell’autunno. Del calare del giorno.
Sarai – di sicuro – lontano d’inverno.
E il tuo focolare
assorbirà tra la cenere la nicotina
(ma era il tabacco – che ti ha ingiuriato –
conforto per qualche minuto).
Nella camera umida il letto disfatto
Sulle pareti sbucciato l’intonaco.
Sarà solitudine – ti darà pace? –
la tua fanciullezza
nel reticolo d’urne
(ti accoglieranno ossa inquiete).
Tu non hai conosciuto l’ebbrezza del gioco.
Partita crudele – dicono – sia la vita.
Zoccolando tra nuvola e zolla
cavalcano ippogrifi i ricordi.
Come il tuo il mio passo vacilla.
A Monselice (Padova), 22 maggio 2004
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NOSTALGIE D’ANIMA
Floriano MANGIANTINI
Terzo classificato