31/08/2009

Certamen 2009

Contestualmente alla premiazione del Concorso ufficiale si è svolta la lettura delle poesie partecipanti al Certamen, del quale si da pubblicazione completa con in calce l'indicazione delle poesie selezionate e premiate dal pubblico:


POESIA  N. 1
               IO SOGNO IL MIO SOGNO

               Vorrei accarezzare il sole
          come la persona a me più cara,
                vorrei sognarlo la notte
                 più di ogni altro sogno.

             Vorrei essere un suo raggio
           per colorare di luce il mio buio,
        vorrei poterlo guardare negli occhi
          senza la paura di farmi del male.

             Vorrei toccare la sua ombra
       e scoprire anche il suo lato più scuro,
      vorrei scaldare la mia anima tremante
               con la sua luce accecante,
                       per sempre.

                                                 ANDA BOZO
                                                 PRIMO PREMIO Certamen 2009


                                                                       POESIA  N.  2
CIELO D’APRILE

Quanti colori, quanti disegni
in questo meraviglioso
cielo d’aprile.

Nubi nere e bianche,
piccole e grandi, si rincorrono,
nascondendo per brevi attimi
il bel sole d’or.

Poi, un soffio di vento,
le fa tutte sparpagliar,
torna il sereno, il sol riappar,
scaldando ogni cosa e i nostri cuor,
coi suoi bei raggi d’or.

                                               BERTOLINO MARIAROSA



                                                    POESIA  N.  3
HO RACCOLTO SASSI

Ho raccolto sassi, piatti e levigati,
rubandoli a composizioni del mare,
incastonati sulla rena bagnata.
Ne sento, al tocco, ancora
la percezione della sabbia,
all’odore, il profumo dell’oceano,
all’udito, il rumore dell’onda in attesa,
sospesa lontana, arrotolata e sbuffante
come un cavallo che scalpita.
Ho raccolto sassi sul sentiero del monte,
piccole creste di punte
per inventare paesaggi.
Ne sento, al tocco, la roccia sotto le dita,
all’odore, il profumo dei pascoli alti,
all’udito, il soffio del vento
e le sue scorribande tra i passi.
Ho raccolto sassi nella macchia di timo,
sculture bucate, lasciate dal mare
a offrire conchiglie odorose di pini.
Ne sento, al tocco, la sabbia dimenticata,
all’odore, l’aroma d’acqua salmastra,
all’udito, il sospiro dell’onda obliata nel tempo
tra piccole viole all’ombra dei lecci.
Nei giardini di pietra
cerco la mia anima
e seguo, nei tuoi occhi,
il volo disteso del falco.

                                                         MANTISI CRISTINA



                                                             POESIA  N.  4
PROFUGHI

Siamo stati assuefatti
dal telegiornale
a immagini di lunghe file
di profughi in marcia
tanto da sembrarci normale
che gente in fuga
lasci in fretta la casa
diretta verso un ignoto dove.

Ma se provo ad immaginarmi
nella stessa condizione
mi domando dove potrei andare
e mi assale l’angoscia a pensare
che non avrei un tetto e un letto
verso cui camminare.

E nemmeno voglio ipotizzare
che potrebbe accadere
quando fa freddo e cade la neve.
Troppo spesso la tentazione
è quella di non pensare
e ipnotizzarsi di televisione.

                                                           CARLOTTO CARLO



                                                               POESIA  N.  5
                  VERSO IL MONTE

          Vista stupenda   sull’alto monte,
            LUI gigante muto  e  placido
      TU  piccolo gnomo ai piedi del monte
                    cerchi la strada
              per raggiungere la vetta.
         Il cielo limpido  ti fa ben sperare,
ma le rocce, sono un ostacolo   che ti fa rallentare.
          Un cinguettìo   grazioso e felice,
              ti accompagna nella salita.
                 La tua meta è lontana,
                              ma
                     nel tuo cuore sai
             che piano, piano si avvicina.
             TU   che da lontano, guardi,
                     vedi la tua vita,
                salita verso una meta.
          Ideali   che ti spingono in alto,
   sconforti   che rallentano la camminata,
amici e voci sincere   che ti danno la speranza.
  TU   che nel cuore sai   cos’è la sofferenza,
          nel tuo cuore sai   che ce la farai.

                                                         BERTAINA SERENA



                                                            POESIA  N.  6
               LA RECITA E’ FINITA

         Ho smesso di correre invano,
             tanto non arrivavo mai.
              La meta che sognavo
       impietosa s’allontanava ogni dì.
             Qual pupazzo nevrotico,
           manovrato da invisibili fili,
             in un turbine d’illusioni
   ho recitato, da guitto, il mio dramma.
                 E’ calato il sipario,
          il pubblico deluso è sfollato.
         Lontano dagli echi del mondo
           seduto su un ripido scoglio,
        schiaffeggiato da onde violenti,
     vedrò i gabbiani tuffarsi, stridendo,
              in un mare in burrasca.
               Abbandonerò al vento
             Il mio manto di superbia,
           vestirò il saio del pellegrino.
           Mi ciberò di miele selvatico,
         berrò l’acqua da limpida fonte.
           Ad un variopinto pappagallo
                 ruberò le ali dorate
                   e mi librerò felice
            in un cielo azzurro di pace.

                                                         PEROSINO GIUSEPPE
                                                         TERZO PREMIO Certamen 2009



                                                              POESIA  N.  7
RIFLESSIONE

Scende la sera,
le ombre delicate avvolgono
ogni cosa;
lontano laggiù si oscura anche
l’ultimo angolo di luce adagiato sull’orizzonte.

Il silenzio si ricompone,
i rumori del giorno si attenuano,
si accendono le luci qua e là,
è tempo di riposo,
finalmente un momento di pausa.

I tanti pensieri,
come i soldatini di piombo,
in fila uno dopo l’altro
si tirano in disparte.

E’ tempo di riflettere
per offrire al domani ormai prossimo
un ventaglio di nuove idee
tra speranze ed affanni!

                                                      CAMAGLIO PIERA



                                                             POESIA  N.  8
ESSERE

Intanto che mi siedo qui a scrivere,
se ne va un altro pezzo di me,
se ne vola via col vento, insieme
a mille altri usurati inutili pensieri.
Non capisco nemmeno cosa mi spinga
a stendere le quattro solite tristi parole
sulla carta, consapevole che a ben poco
potranno servire, se non a darmi l’illusione
di essere io stesso un poco migliore.

Mentre là fuori tutto scorre
rapido e inafferrabile.

Farei meglio a impiegare anche questo
strascico di tempo che mi rimane
per cercare di scorrere col mondo,
di mantenere il suo passo.
Ma io non ne trovo il senso.
e così qui rimango fermo, a guardare
gli uomini che corrono.

E qui ho paura di essere uomo.
Paura di essere fatto della stessa terra
di chi tradisce senza paura,
di chi mente senza pudore,
di chi strumentalizza il bene comune
per il proprio interesse,
di chi è vile,
di chi opprime senza pietà,
di chi commette ogni ingiustizia
senza scrupoli,
di chi per pura e bramosa cupidigia
venderebbe anche se stesso.

Ma chi più mi spaventa è chi vede tutto
questo, e non batte ciglio…

In un mondo dove sta diventando
sempre più difficile anche il solo pensare.
Perché pensare potrebbe minare alle nostre
stupide certezze che con malata innocenza
abbiamo costruito come castelli sulla spiaggia.

Su questa sera calerà la notte, e con lei
verrà il sonno a portarmi via.
Ma un luogo, noi, che ancora pensiamo,
che ancora crediamo, che ancora respiriamo
parole, malgrado senza più sperare,
dobbiamo trovare.
Un luogo solo nostro,
che nessuno possa calpestare.

Sarà la nostra ultima illusione; che ci sia concessa.

Tra gli angeli e i demoni noi un posto
troveremo.
Non sotto le stelle, non sopra.

E lì saremo. Uomini.

                                                             AVAGNINA GIANLUCA




                                                                           POESIA  N.  9

PRIMAVERA

Mentre il sole ritorna
alla Riviera,
la neve si rilassa
ai bordi della Limona,
lassù,
sotto il Castelluccio.
Piccole impronte
disegnano
geografie di rincorse
per ascoltare
i suoni
e gli odori
di una nuova primavera.
L’acqua del fiume
si gonfia
di nuova energia
e trascina a valle
i gelidi ricordi
di nebbie e silenzi.
Sui rami
ancora spogliati
timidi canti
annunciano
stagioni di amori.
Benefici tepori
riscaldano
vecchie ossa indolenzite.
All’improvviso
si è spento il buio del giorno
e, deciso, si accende
di nuova luce
il sole della speranza.

                                                           ODASSO PAOLO



                                                          POESIA  N. 10
       L’INCANTO

           Come
        un canto
        di bimbo
    che ti rallegra,
       una mano
      di mamma
   che ti accarezza,
         il volo
     di una farfalla
     che ti incanta,
        la brezza
        del vento
      che ti inebria,
     come un bacio
     che ti riscalda,
   come il desiderio
           di un
          sogno
     che si avvera.

                                                         RULFI FRANCA
                                                         SECONDO PREMIO Certamen 2009



                                                              POESIA  N. 11
BAGLIORI DI LUCI

Luci ovattate dalla nebbia
che l’asfalto vedon brillare
e che ora fanno scivolare
l’era dei sogni più nascosti

Voli raccolti dalla fantasia
col tenue segno di matita
e che sfuggono dalle dita
nell’esile librarsi di farfalla

Castelli leggeri ora cadono
sotto quei colpi del destino
i sassi sparsi sul cammino
come ad impedir la strada

Un mondo ch’ora si rivela
vile guardiano della libertà
che spazza la tua serenità
e ombre porta nel tuo cielo

I passi lasciati sulla strada
son fermi sopra quelle ruote:
ora il tuo pensiero si scuote
per andare verso la tua vita.

Sopra alla sedia ti sostiene
solo la forza del tuo domani
che è stretto nelle tue mani
tese a scoprir bagliori di luci.

                                                    ROSSI ATTILIO



                                                                   POESIA  N 12
                      IL  CASTLUS
     (ex fortezza e torre di avvistamento)

        Rudere dalle sembianze di bronzo
          che vieni da un mondo lontano
            ci liberasti da fido guerriero
         e ancora oggi ci parli di arcano.

          Hai quasi un millennio di vita
      trascorsa sul “roccione” più aguzzo
  dove ci salvasti dai mussulmani invasori
      alla presa del Mongiardino di allora.

           La metropolitana ingegnosa
     vietava al sole e al nemico l’accesso
         e l’evento del pane e del cane
        procurava al cacciato lo smacco
         che fuggì con le pive nel sacco
        bestemmiando il destino infame.

        Habent panem paratum fu detto
         e Mongiardino che ha resistito
       da quel dì cambia nome e vestito.

          Quel can e quel pan esauditi
       sullo stemma son presto effigiati
         e di lì, per la vittoria ottenuta,
          nasce il nome di Pamparato.

                                                      PRATO GIUSEPPE



                                                                    POESIA  N. 13
A PAMPARATO

Ero bambina, ero felice, mi sentivo protetta, la guerra
era lontana.
Tutti erano buoni, tutti si aiutavano.
Il fieno, le
castagne e la segala erano occasioni per condividere la fatica e
le
soddisfazioni per i raccolti, famiglie con famiglie.
Oggi rivedo tutto
questo, con grande nostalgia, negli occhi di Marina quando mi parla
e
mi racconta, con grande lucidità, 98 anni di vita.
Grazie Pamparato che,
nella mia infanzia, mi hai insegnato in modo semplice ed
umano quale
dovrebbe essere la base della vita.

                                                           LAGUZZI PIA



                                                                    POESIA  N.  14
E POI……..

Berrei, ad altro calice
perché tutta in salita
la coppa della vita.

Berrei, ad altra fonte
sotto mentite spoglie,
col cavo della mano,
il pane quotidiano.

Berrei, infine alla sorgente
a piene mani: con occhi velati,
vuoti, labbra assetate, arse,
e membra spossate, lente.

Berrei,
l’ultimo attimo fuggente.

                                           MEGLIOLI REGIS MIETTA
postato da: poesia alle ore agosto 31, 2009 12:41 | link |
categorie: certamen, pamparato
20/08/2009

Pamparato 2009

VERBALE DELLA GIURIA

La giuria del premio letterario “Una poesia per Pamparato”, edizione 2009, composta da Luca Necciai (Presidente), Marita Rosa e Remigio Bertolino, dopo aver esaminato gli elaborati pervenuti alla segreteria del Concorso, ha espresso all’unanimità la seguente graduatoria:

1° Premio alla poesia: “D’ALTROVE”
                                     di  STURLA MILES

2° Premio alla poesia:  “TURBINANDO”
                                     di  AIME AGOSTINO

3° Premio alla poesia:   “GENESI”
                                     di  MANTISI CRISTINA

Ha inoltre deciso di conferire la Segnalazione di merito alle seguenti poesie:

-    “VAGHEZZA”  di GINO GIULIA
-    “GENESI”         di ODASSO PAOLO


MOTIVAZIONI DELLA GIURIA


Alla poesia  “D’ALTROVE”    -   1°  PREMIO
Un profondo legame d’amore con la terra e un’armonia senza tempo – custode, quest’ultimo di risposte e di preghiere – dominano questa poesia che inizia con versi di limpida forza nei quali appare la meraviglia di fronte a ciò che è semplice e naturale ma, al tempo stesso, misterioso.
E’ presente anche la consapevolezza che tutto ciò che è stato dato, frutto della fatica, non si cancella ma entra nel “grande mare” della memoria a beneficio di una vita che di continuo rigermina – germinerà il seme di un nuovo mattino.
Il testo, inoltre, ha un incedere meditativo che esprime una pacata saggezza e ricorda l’atmosfera di certi memorabili versi di Mario Luzi.





TUTTE LE POESIE:

D’ALTROVE

Tu non sai il silenzio antico
di queste colline
nascosto in anfratti di muschi e di licheni!
La fatica di sangue e sudore
dell’uomo chino sulla terra
né il passo greve del contadino
e i canti all’osteria.
Tu sei straniera qui, creatura d’altrove
là dove il mare racconta altre storie
e uomini duri fondano città sulla pietra.
Hai cercato voci e parole
tra i muri grigi delle case
e nelle navate scure delle chiese
ma il tempo ha custodito risposte e preghiere.
Ascolta la voce del vento
quando la notte geme sui crinali
corteggiando betulle e castagni,
scenderai allora a gesti non compiuti
e il cuore, tornato fanciullo
germinerà il seme di un nuovo mattino.

STURLA MILES

TURBINANDO

Il vento è impaziente come me
per questo mi piace,  un po’ mi appartiene.
Mi affascina la sua forza
che trascina
trasporta
spinge e gonfia
frulla fantasie
estrae profumi
fa risaltare profondità
sovrappone
scuote dall’indifferenza
e turbinando imprevedibile, irrispettoso
crea all’intorno un senso di sorpresa.
A volte lo vorrei raccogliere nel pugno
ma mi piace che non si lasci afferrare
non sarebbe più il vento.

AIME AGOSTINO



GENESI


Mi ha preso
l’onda dal soffio selvaggio
e il mio respiro
è diventato vela
inseguita dal vento.
Cercando i pensieri,
annullando l’anima mia
stessa essenza di mare
ho desiderato orizzonti
sulle creste schiumose
cercando altri mari,
peregrinando sempre
senza voler mai
nell’inconscio più nascosto
approdare su sconosciuti lidi.
E la mia paura
è diventata drago,
ha risvegliato il mostro
dalle fauci d’acqua,
la piovra dimenticata
negli abissi della mente.
E in tutto quel mare
ho lasciato che l’anima
naufragasse di nuovo
non più schiava del pensiero,
ma persa in verità assolute
libera di nascere
mille volte ancora
in mille gocce… ancora.

MANTISI CRISTINA

VAGHEZZA

Un cielo stellato
Racchiude strani tramonti:
Una prateria
Di pensieri
Ed una lacrima
Di incertezza.

Una mano
Si posa leggera
Sul tuo viso
Che
È invisibile.
Il contatto
Brucia
Sulla pelle
Come fuoco
Come cenere.

A volte
Non si trovano
Le parole adatte
Per descrivere ciò
Che si ascolta.

Il silenzio è
La prova più grande
Da superare.

GINO GIULIA


GENESI

In principio Dio creò il cielo e la terra……………Gen 1.1
…….Dio disse:” sia la luce” e la luce fu…………Gen 1.3



Tutto viene!
Come uno sciame
esploso nel vento.
L’uomo,
nudo di se stesso,
accecato dai primi
bagliori,
tronca il cordone ombelicale
che lo ancora al buio.
Libero da ogni vincolo
e arbitro della propria genesi
decide il suo cammino
liberando i suoi passi.

“Io sono voce di uno che grida nel deserto…….Is 40.3


La sabbia nasconde i passi
e confonde la strada.
Sperduto,
vestito di nulla,
affossato da sogni spezzati.
Smarrito in un vuoto labirinto
di anime algide.
Il suo grido lampeggia
tra mille dune senza orizzonti.
Cos’è stato
della speranza?

…”Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli  uni gli altri…..Gv. 13.34


E’questo infine!
Secoli di sguardi e di urla nei venti
hanno generato lacrime amare.
Lavati gli occhi,
l’uomo torna alla genesi
e nudo di tutto il passato
si rispecchia nelle sue orme.
Inizia ora
il senso delle cose compiute,
come uno sciame
esploso nel vento.

ODASSO PAOLO



LE PORTA IL VENTO


Le ha portate quel dolce vento,
avvolte dal fruscìo, le tue parole,
quando sussurrava per allietare
la nostra scanzonata primavera

Correva lieve per regalarle a me
porgendole come soave musica
nell’espandersi liete per l’infinito,
nell’azzurro, ad esiliare le nuvole

Non s’accese mai luce del giorno
dove l’eco della tua delicata voce
posata sopra ad un cavallo alato
non giungesse a rallegrarmi l’ore

Dentro al giardino della vita mia
la gioia seminò sopra al sentiero:
volando come il fido messaggero
che il miracolo tende a rinnovare

Arrivò l’estate col suo cielo terso,
dove il vento continuò a soffiare:
rondini in volo come a disegnare
la magica bellezza del momento

I morbidi voli creati dalla fantasia
or colgon la dolcezza del domani
nel tenero filo ch’è nelle tue mani
che strada indica al tuo destriero

Su quelle strade vive ancora luce
come nell’alba d’un nuovo giorno:
miste al fruscìo che ancora sento
vivon le parole e …le porta il vento.

ROSSI ATTILIO



IL TORRENTE

Scorre allegro
verso valle
spumeggiante
quasi fosse adorno
di preziosi merletti.
Lungo le sponde
al suo passaggio
s’inchinano riverenti
i sottili giunchi
che ondeggiando
firmano una coreografia d’autore.
Gonfio d’acqua
trascina a valle
speranze ed affanni
del montanaro
che vigile lo osserva
e l’accompagna
verso il piano
con lo sguardo amico
che si infrange nelle sue onde
come il blu del cielo
ed il candore delle nuvole
che lo attraversano.

CAMAGLIO PIERA



PAMPARATO

Posto in mezzo al verde,
sei un paese eccellente.

Gruppi di case
sparse un po’ ovunque,
fan da corona al
maestoso Castel.

La gente
ancora buona e genuina,
come l’aria fresca e pura
che quassù si respira, e tu ci doni,
accoglie il turista, con fraterno amor.

Non manchi di comodità
col pulman per scendere in città.

Poche volte quassù mi recai
ma sempre nel mio cuore resterai.

BERTOLINO MARIA ROSA



RUGIADA

       Mentre
  la mia anima
     si riempie
      di gioia,
       mentre
   i miei occhi
stanno alla vita
   sorridendo,
lo sguardo mio
     si perde
 nell’orizzonte
     e quando
       il sole
 bacia le nuvole    
 dai miei occhi
  pieni di gioia
scendono lacrime
  che somigliano
a gocce di rugiada.

RULFI FRANCA




NON C’E’ PIU’ TEMPO PER VIVERE

La corsa, il sole

Il giorno che muore
a quest’ora della sera dove le ombre
riprendono tutte il posto che a loro spetta,
mentre il sole languido lambisce gli ultimi
strascichi di nuvole rosa; mi fermerei.
Mi fermerei da solo, con il naso rivolto al cielo,
a far stupide fantasie sulla loro forma.
Oh, guarda! Quella mi ricorda proprio una nave!
Che salpa, che salpa, da un porto lontano per porti lontani.
Come io vorrei essere, lontano. Forse non da qui,
non da questo luogo: solo da tutte le cose
che sembrano piccole piccole, ma che ogni giorno
si portano via un pezzo di me.
Che sto morendo, pian piano, tramonto dopo tramonto,
passo dopo passo. Verso la sera.

Mi piacerebbe essere un pittore. Non avere il dono della parola.
Vivere in un posto dove non servono le parole per la pace,
né per favore la guerra, né per l’amore, né per salutare uno starnuto.
Mi piacerebbe dipingere il mio mondo a colori vivaci,
e, senza parole, mostrare il mio quadro al primo mio simile,
e vederlo sorridere: della mia follia, o della mia arte, non m’importa.

Ma qui,
lontano dalle mie fervide e follemente compiaciute fantasie,
non mi è stato dato il dono di disegnare.
Come armi, come medicine ho solo le parole.
Le parole! Arma a doppio taglio, estasi e dolore.

Ma qui,
è tutto diverso.
Chissà quando mi capiterà una sera come questa!
Fermarsi, semplicemente, senza paura, senza sentirsi schiocchi.
E lasciarsi trasportare da un foglio di carta e una penna.

Non c’è più tempo per vivere,
più di un semplice battito di cuore
più di un naturale respiro affannato,
più di una lacrima gettata di nascosto al vento.

Non c’è più tempo per scrivere,
per parlare, per dire qualcosa di noi.
Per esprimere quel poco che ancora ci rimane.

Ancora meno tempo ci resta per pensare,
per riflettere due secondi, per ponderare
scelte troppo spesso purtroppo sbagliate,
prima di finire di nuovo inghiottiti
da questo fiume che non si chiama vita,
che non è nobile divenire, ma maledetto deteriorarsi.
E morire.

AVAGNINA GIANLUCA



                         LA RABBIA

                         Urla, strepita,
                         ecco la rabbia
                         che ti avvolge
                         come un velo
                          nero e triste.

                         Urla, strepita,
                         ecco la rabbia
                         parole brutte
                          che volano
                   senza fermarsi mai.

                         Urla, strepita
                         ecco la rabbia
                come un uccellaccio nero
                         che gracchia
                       e copre il mondo
                         con la tristezza
                        e il volersi male.

                         Urla, strepita
                         ecco la rabbia
                   come un bel disegno
                      strappato a metà
                   con odio e disprezzo,
                           per dispetto.

CIGLIANO AGNESE



DOVE SEI?

Ti cerco
nello sguardo assente del vecchio
che deambula greve
chiedendo sostegno ad un bastone.

          Ti cerco
          nei corpi straziati dei bimbi
          dilaniati dalle guerre
          e dagli odi tribali.

Ti cerco
nella sofferenza dei morenti
che disperatamente invocano
l’ultima speranza.

          Ti cerco
          nel dolore di una madre
          cui è stata tolta
          l’essenza della vita.

Ti cerco
nelle catastrofi immani
che tutto travolgono e distruggono
lasciando solo terrore e morte.

          E tremo
          pervaso dal timore di incorrere nel Tuo castigo
          per aver dubitato
          della Tua infinita misericordia.

ROBALDO FRANCO


DONNE APPASSIONATE

Nella bizzarra primavera dai tenui colori
donne appassionate – a gambe nude – sfidando vanno
speroni uncinati di nascosti amori.
Tra ricurvi fiori e veli di fragile fogliame
(becco adunco o artigli superbi di rapace)
d’ognuna – impaziente – l’avìto sogno giace
e vergine sussurra il turno primo d’uno sciame.
Nel tocco pungente del bestiame, foulard morbidi nereggiano
e (alla nuca dolcemente serrati) umilian càpi, màdidi un poco.
Danzar fioco di diafane libellule
Mulinanti sempre su chiuse scintillanti d’effimero bagliore.

Renard – prudente – ci viene ogni calar timido di sole.

Da orlati fazzoletti di prato e di sudore
lontani le seguon sguardi – vogliosi – d’aspri villani
ma agili già hanno mani e voci di sangue vibranti
che, altalenanti, si muovono in casa.
Si dan di gomito donne appassionate
se, con braccia abbronzate,
da fossi sorridon ragazzi ansanti
e, ammiccanti, sollevan paratoie che – contro voglia – stridono, stillanti.

Di forza terribile dotati sono gli amori.

Nella rutilante estate dai fèrvidi sapori
coppie innamorate – a nudi cuori – gustando vanno
carnosi frutti di novelli (eppur vetusti) ardori.

L’amore, privo di baci, è pane senza sale.

Lungo il bedale vulgaris aquilegia (1)
(blu-violacea, bianca o rosa)
di donne appassionate polpacci sfregia,
spasimante romantico/gelosa.

Guanto elegante della Madonna (2) e la Luce si cavalca, radiosa.

(1)    pianta dal fogliame delicato che ama terreni freschi e ombrosi. Alla fine della primavera, si ricopre di fiori dai colori tenui e dalla forma bizzarra, con cinque petali a cornetto che si prolungano in speroni uncinati. La loro estremità è ricurva come il becco o gli artigli dell’aquila, il più nobile fra i rapaci. Diffusa in Europa, in boschi, prati e zone rocciose fino a 2000 metri, vanta proprietà antisettiche, astringenti, calmanti, e detergenti.
(2)    Denominazione popolare della menzionata aquilegia vulgaris


GALLI GIOVANNI



                              LA BAITA

                   Lo scoppiettante e allegro
                 ardere del fuoco nel camino,
                       riscalda il pellegrino
                che ramingo per i monti vaga,
                    accompagnato solamente
             da un flebile scricchiolìo di neve
                          sotto le ciaspole
   da tempo insofferenti e vogliose di montagna.
                          A ritornar lassù,
                dove negli anni di abbandono
                    tutto è rimasto immutato,
                        il cuor sussulta    e
     la Baita alpina che ti accoglieva da ragazzo,
                 con la generosità di un tempo,
                     torna all’antica ospitalità.
               Anche ora    che ti ritrova uomo
          accetta calorosa    quel figlio ritrovato.

BERTAINA SERENA


L’UOMO

Con fango spalmato,
e un soffio di Dio
l’uomo venne creato.
L’Eden, Iddio gli ha donato.
Ma a lui, incontentabile,
ci vuole una donna.
Dorme, e come d’incanto
si sveglia, trovandosi
con una donna accanto.
E’ per niente turbato!
Anzi presto scopre di
essersi innamorato.
Una dolce luna di miele!
protrattasi fino allo
spuntare delle stelle.
Ad un albero da frutto,
avvolto, un serpente! Ingenui,
loro ci hanno creduto.
Prima felici, ora timorosi.
Nascostisi per l’avvicinarsi
di passi, assai minacciosi!
Il Signore, viene per punire.
Dice alla donna: Tu
per prima dovrai soffrire.
Ad una porta stretta,
gli vengon le doglie,
a gemere è costretta.
L’uomo, si è pentito.
A Dio, chiede perdono
con cuore contrito.
L’umanità fa la storia.
Contro il maligno, Iddio
gli concede vittoria
ascoltando Gesù Profeta:
in Paradiso, si ritorna
solo per la porta stretta.
Stretta all’arrivo e al ritorno.
Anche se,
al buon Dio si chiede perdono.

GALLESIO PIETRO



                LASCIATECI SOGNARE

                         Questo mondo
                  robotizzato, sofisticato
                          sclerotizzato,
                    in nevrotica ricerca
                di irraggiungibile felicità,
          si è trasformato in regno di profeti
                  di millantato benessere.
                              I bimbi
               non credono più alle favole,
              stuprati nella loro innocenza
             da adulti che hanno rinnegato
                     ogni di uomo valore.
                             Le rondini
                        non cinguettano
               il loro canto di primavera
                      ma riportano echi
                      di guerre lontane.
                Non si respira con l’aria
               il soave profumo dei fiori
           ma l’acre odore della violenza.
          L’ingratitudine si è trasformata
                    in pane quotidiano
         e la pietà in un vocabolo esiliato
      dagli arroganti proclami di superbia.
                         E noi vecchi
                        ultimi utopisti
                 di un mondo rinnegato,
                      messi in disparte
                     come inutili scorie,
                          invochiamo
             di poter fantasticare ancora
                        aurore di pace
                       e notti di quiete.

PEROSINO GIUSEPPE


PRIMA DEL GIORNO

Aria fresca del mattino, prima del giorno,

cielo blu, sole ancora bambino che corona di colori il profilo delle colline,

mentre il buio riflesso avvolge il mondo.

A poco a poco il sole sorgerà e la sua luce come un'onda di piena passerà 
le colline,

come acqua vorticosa scenderà sui fianchi fino al piano,

per risalire impetuosa dall'altra parte delle valli a inondare tutto con i suoi scintillanti colori,

fino a quando il sole avrà compiuto il suo corso e l'ombra nera della notte avvolgerà tutto fino a un nuovo mattino,

fino di nuovo a prima del giorno.

ANSALDI PATRIZIO



STAGIONI

Qui giocavamo a biglie,
spesso fino a sera.
“E lo facevate
tra i tavolini del bar?”
No, quello ancora non c’era.

I pali delle porte del calcio,
squadrati e verniciati di bianco,
erano di legno quasi marcio
e infiorato s’un fianco da chiodi
a forma di elle in ferro arrugginito
grandi quasi come un mio dito.
La domenica per l’occasione
ci agganciavano le reti
e durante le partite importanti
si nascondeva il campo
con sacchi di tela marrone
per proteggerlo dagli sguardi
degli spettatori non paganti.

Ogni fatto ci pareva scontato
e non immaginavamo
che troppo presto
tutto sarebbe cambiato.

Una volta là in fondo,
atterravano i deltaplani
e mentre volteggiavano,
correndo in girotondo,
i bambini giocavano
battendo forte le mani
a chi riempiva di più
gli occhi con il cielo.

Viveva da solo, laggiù
dove adesso c’è sfacelo,
un allineatore di arnie
che rideva sempre contento
e vendeva barattoli di miele.
Pochi mesi fa l’ha spento
un incurabile male crudele.

Ma adesso andiamo via
sta per chiudere  anche  il mare
e non voglio soffocare
di banale nostalgia.

CARLOTTO CARLO



ANDATA E RITORNO                
(ovvero l’amore ai tempi del collegio)

oggi andiamo in passeggiata   da Serra a Pamparato
scendere è bello,ma poi la salita……..
un momento e arriviamo
ma il ritorno dura una vita
- non brontolare-e mettiti in fila
i piccoli avanti, gli altri a seguire
forza! siam cento mica duemila
….  due passi e siamo già stanchi
e allora partiamo
ma io se posso mi attardo
così arrivo da “lei”
(prima mi ha fatto uno sguardo!)                                          
se rallento la raggiungo
le passo accanto piano, mi allungo
ci sono, trattengo il respiro, la sfioro….
.. e siamo già al secondo giro.
torna al tuo posto-grida l’assistente-
-non e’ giusto, mancava un niente!-
ritorno in fila davanti,
le mani e i piedi pesanti,
 “noi della colonia”intonano i canti
in marcia come soldati riprendiamo
intanto la salita e’ iniziata, rallentiamo
e mentre nessuno mi vede
scatto e…le prendo la mano
son sollevato, non tocco piu’ terra
com’è leggera la salita per Serra!                   
                                                                                                                                                       
PRUCCA PAOLA



SUONI DI CAMPAGNA

Seduta sto’ sul muricciolo
che tiene in discesa un
prato, ormai con l’erba
della stagione autunnale.
Una fontana rovescia
il suo scroscio nella
vasca, che risponde
con un ebbro suono
di appagamento.
Il vento sibila leggero
con un fresco piacevole.
Gracchia il corvo
forse domani pioverà.

BOSSA LUCIA


postato da: poesia alle ore agosto 20, 2009 16:20 | link |
categorie: poesie premiate, pamparato

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