Gianni Regalzi
Come ti penso stasera, Allen Ginsberg
come ti penso stasera Allen Ginsberg, che attraverso i carrugi
coi sacchetti della spesa tra le mani e con l’occhio alla luna,
che affamato di fatica mi sono infilato all’Ipercoop a comprare
frutta al neon, pesche e ombre! famiglie a far provviste per la sera,
scaffali ricolmi di mariti! mogli inscatolate e bimbi incellophanati:
ti ho visto, Allen Ginsberg, senza figli, vecchio frocio puttaniere,
che t’appigli alle carni del frigo per slumare i garzoni del droghiere
ti ho udito, te, chiedere in giro: chi ha stecchito le cotolette di maiale?
quanto vanno al chilo le banane? e il mio angelo custode, quanto vale?
dove andiamo stasera, Allen Ginsberg? dove punta stasera la tua barba?
così cammino coi sacchetti della spesa tra le mani, e mentre canto
le luci nelle case spente aggiungono ombre alla mia ombra,
io e te ci sentiamo soli
torneremo mai laggiù a puntare alla perduta America
dalla prua di una barca, anche ora che silenziosa è la tua elica?
ah caro padre, lunga barba nera, vecchio solitario maestro di coraggio
quante New York ho bagnato nel Lete in questo giorno di maggio
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Cucimi col sale certe affrettate
ferite, così da poter dormire
più di tutti, più tranquillo: sgraffiato
d'amore, da non saperci guarire.
Stanotte la fuliggine scrostata,
che ti cadeva sul cuore a rapire
questa tua piccola voce sgraziata,
ci si scivola in un lento sfoltire.
Ed ecco come ti sento: leggera,
quasi il ramignolo del rosmarino
sottovaso. Tu cucimi la sera
sulla schiena; la fodera di lino
già sgrana un copriletto di preghiera
e il grigiofumo della vita strina.
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Scherzo sopra Edoardo
Mia esca liscia, lascio che
tu non mi scomponga a una lisca,
sconsolandomi; e
non ti chiedo mica di
consolidarmi (tu non mi avvolgi),
se non ti volti dalle
tue logge. Ti spremi e poi
non respiri: non esprimi.
E non mi succhi i cocci
con la tua voce chioccia
e sciocca, ascolta perché
non t'argenti e non schiocchi.
Mi lasci, me che ti spero,
me che ti scoppio e non
ti spoglio i seni;
mi scontenti,
mio sonetto imperfetto,
motivetto a cui non parlo
e non canto.
E ti pianto, t'osservo,
ti ossequio i miei ossari
che tu non conti.
M'incanti ancora, come
i serpenti e i santuari.
E ti cerco, non ti sporco:
ti cedo e mi spreco, me che non ti assaggio.
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Con un'inconsistenza tale
da permettere ad ogni sillaba
di tenersi alla riva e di
non arenarsi negli spasimi
del sonno e della quiete marina
si attorcinano attorno
alla mia vita
le tue debolissime lettere d'amore
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Inverno
come quella volta che ho visto la neve in inverno
e tre cani che si lisciavano il pelo corto e bruno
e la vicina che vestita solo di una camicia aperta
usciva a stendere al sole le magliette del marito
il vento del mattino mio complice si opponeva
sollevandole la camicia e i seni rossi e pieni che
come due occhi l’avvertivano di lasciar perdere
scoppiando a ridere mentre si copriva e io di lei
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quattro amici
per la tristezza occorrono amanti che rasserenino
ti sussurrano cose così primaverili e assolate
che ti fanno scordare tutto come fossero d’oppio
ma oggi la mia amante si chiama solitudine
nelle giornate buone tutto è buono
e uscire nel mondo è come uscire da scuola
con ogni cosa faccio baldoria
io ho quattro amici che sono come quattro
quieti luoghi in cime a queste colline morte
quattro soste all’ombra dopo una passeggiata
li vedo quando capita e ci sto come si sta
accanto alla fontana a sentire l’acqua tremare
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lampi e istanti
l’impoetico si rivela a lampi,
si raggomitola sulle impercepite
nuove cose da cui siamo sommersi,
da sopra e da sotto il mondo:
possa il verso mio divenire pop,
acuto alla prosa, al gesto utile,
al lavoro sul layout di stampa,
possa il mio canto contenersi in un floppy;
oggi i frammenti vengono serviti
in istanti e devi stare attento tu,
se puoi, come tanti e non come tutti,
a durare poco più oltre quel vento
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L'eclisse
versami ancora soltanto uno sbuffo
asciugato di vento sulla schiena
e prosegui da sola, dolce compagna di stanza,
lungo tutta questa strada il viaggio sognato
nell'adolescenza: l'impazzata di lingue mi ha stancato
proseguimi tu il viaggio e stai certa che
non ti appannerai più con i tuoi stracci
di dubbio il cammino, perché i tuoi occhi
sapranno sbiancare il grigio viavai
di stanchezza, lo stesso che asfaltò e così bene
la mia ombra e la mia voce;
non sconterà mai più la notte la tua mano
che non indietreggia, mai sarà perduta
in un incantesimo smorto di luci;
e non ti pioverà in bocca, non un gancio di chiodi
o un lume spezzato sentirai torturarti
nelle piccole nenie dell'inverno - e se la luna,
gracchiando si aprirà dal buio, sarà solo un auspicio
del viaggio - proseguimi tu questo viaggio
e passami accanto ch'io ti guardi; e se il passo dovesse
stancarti i seni e le labbra potrai solo sfiorarmi,
e darmi tu le dita: altro non ti mostrerò se non il soffio,
sul mare calmissimo, dell'eclisse;
sarà uno smembrare d'incensi ovunque,
e fumi di rassegnazione inalarsi in chiunque, sottovoce;
tu resisti: non seguire in silenzio l'eclisse, ché a chi ha
diretto uno sguardo a due passi di danza da lei
tutto s'è annerito, e un acre fischio lunghissimo
s'è sparso nel vento, lanciato verso l'ognidove
oh partire smarrendo le direzioni,
i punti di stacco e d'approdo, l'abbraccio
incrociato per sbaglio all'eclisse sottovento,
il curvare silenzioso di grappoli d'occhi...
tu dovrai alzarmeli, questi tuoi occhi;
l'acqua che ne è uscita mi cola ancora sulla schiena
versami tranquilla uno sbuffo asciugato di vento
perché non sorga dall'acqua, di nuovo, un'eclisse
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Emiliano Moncia [1973-2007]
Maria Assunta Di Mauro
Francesco Donatini
Yanez
Daniela Moreschini MALINCONICA NOTTE
Mi sono seduto
a gambe incrociate nella spiaggia
per guardarti
nel tuo passaggio unico.
Come languida luna
mi hai scaldato
nel chiarore dell’alba
e come rapito
ti ho visto
scomparire nell’angolo della notte.
Forse sei poesia
d’autunno
che smorza i colori dell’attesa
e dolcemente
richiami passioni scordate;
forse sei luce
nascosta
che illumini l’inutile buio
e serenamente
indichi la stella del nord.
Solo istante
di radioso tormento
rimarrà indelebile
a memoria senza uguali
di brivido caldo.
Senza nuvole di dolore
senza pioggia improvvisa
il tuo sorriso immutabile
contorno senza storia
di labbra ricercanti.
Resterò affascinato
ad ammirare il tuo passaggio senza rientro
custode immobile
di malinconica notte.
C. Moica
Le notti di sale e d'argento
Quelle notti di sale e d’argento
che spiovono sul tuo volto
amareggiato
spolverano ricordi taciturni nel vuoto.
E ti sembra di sentire
Il filo selvaggio dell’anima
la strozzatura delle rondini
ammainate fra i rovi
la voracità delle cicale
che quando se ne vanno
scuciono l’estate.
Ma è tutto un’illusione
a chiave stretta del pensiero.
Forse l’avresti capito
se avessi mai sognato.
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E scorreva fra le unghie
- l’odio-
le vene bagnava
sature di sangue fresco
che a stenti coagulava.
Ma alla ricerca dell’uscita
trovasti un vetro ritratto
dove brindare la testa
-di un grido, il silenzio-.
L’asfalto scorrazzava
sotto i fianchi tagliati
della carreggiata
che la carne lasciava
disarmata.
Presi un tuo brandello
ne feci un alito di vita
insensata.
Nel grembo di chi ti amava
le seppie del ricordo
rivoltavano l’angoscia.
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Ologramma
Sei un ologramma
di pino
che quando si muove
finge il vento
cosi
quando parli
nascondi le labbra.
Stefano Parenti